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Lettere di Thom Kavanagh

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Eraicon - AC4.png

PL Furbo.png Ti aiuterò a scoprire la verità.

La pagina riporta le traduzioni ufficiali presenti nella versione in italiano di Assassin's Creed IV: Black Flag. Le lettere contengono numerosi errori di traduzione, che in alcuni casi cambiano totalmente l'interpretazione dei contenuti.


Edward recupera lettera Thom Kavanagh.png

Edward Kenway recupera una delle lettere di Thom Kavanagh.

Il Saggio Thom Kavanagh abbandonò per i Caraibi varie lettere in cui raccontava della sua singolare vita. Alcuni anni dopo Edward Kenway ritrovò le lettere su varie spiagge e villaggi del mar dei Caraibi nel corso della sua carriera da pirata e poté leggerne il contenuto.

Lettere

Del mio nome e delle mie origini

A tutti coloro che leggeranno questa missiva, per prima cosa sappiate che mi chiamo Thom Kavanagh, nato a Boston nel 1652 e oggi cittadino del mondo. Scrivo nell'anno 1706, in isolamento nel luogo scelto dai miei antenati come luogo di pace e di fortezza di spirito. La mia storia è alquanto singolare, ma non perché io sia uomo di particolari meriti. Il fatto è che il veicolo di ogni bizzarria è il mio sangue, e di questo intendo scrivere, nella speranza di comprendere meglio la mia condizione e di offrire una qualche forma di consolazione a qualunque altro uomo  che si trovi a soffrire del mio stesso dramma fin dalla nascita. A chi è come me, offro il mio sostegno, augurandomi che la mia voce possa calmare la sua ansia...
In parole semplici, sono un uomo con due anime: una mia, entrata nel mio corpo al momento della nascita, e una appartenuta a un essere antico e sapiente, antica come l'universo stesso. Due anime in un solo corpo, che lottano per la supremazia.
Da quando ho memoria, ho sempre percepito queste due anime dentro di me. Come questa anomala situazione si sia venuta a creare sarà oggetto delle mie prossime lettere...

Opinioni sulla mia condizione

Fin dalla nascita agli occhi dei miei genitori e dei loro conoscenti sono parse strane le mie abitudini. Lo stesso dicasi dei miei occhi, di colori e dimensioni diverse, e che per la loro evidente anomalia hanno sempre attratto commenti. Ma a stranire tutti era il mio comportamento; il mio strano modo di gesticolare; i segni e simboli che tracciavo e sul cui significato interrogavo i miei stupefatti genitori, inoltre mi raccontano che non piangevo e non strepitavo mai, il che, per quanto strano, era assai gradito alla mia adorata madre.
Ho avuto il dono della parola a partire dai dodici mesi, e le mie prime parole sono state "amore" e "adorata". I miei genitori interpretavano il fatto come un segno della mia intelligenza, ma la scelta di tali parole li lasciava sconcertati, giacché non ne capivano il senso. Per di più dall'età do due anni presi a chiamare i miei buono genitori Elizabeth e Thomas, anziché mamma e papà, con loro malcelato dispiacere. Scelta lessicale assai poco comune tra gli infanti, ne converrete. Ma questo era il mio impulso, e questi strani impulsi prevalsero in me fino all'età dell'adolescenza...

Del luogo ove nacqui

Della città in cui trascorsi quasi vent'anni non ho che piacevoli ricordi: Boston è una città di grande fascino. Mio padre era ciabattino e mia madre si occupava della casa e di me al meglio delle sue capacità: la nostra modesta dimora si affacciava sulla costa a sud, in vista dei moli ai quali attraccavano le più straordinarie navi, con le stive piene di merci di ogni genere in arrivo dalla madrepatria e dalle altre colonie inglesi.
Ricordo che quelle navi esercitavano su di me un grande fascino: aspiravo avido la promessa di avventure. E non è certo perché fossi un fannullone preda di sciocche fantasticherie che trascorrevo intere mattinate al porto a guardare le navi giungere dalle mete più esotiche e remote, o a salpare verso l'orizzonte silenziose come fantasmi. Mi chiedevo cosa ci fosse al di là di quella linea azzurra, e tracciavo la rotta immaginaria del mio solo  desiderio: viaggiare.
Fin dall'infanzia mi fu pertanto chiaro che non avrei vissuto la mia intera vita a Boston, ma che invece mi sarei spinto in lungo e in largo per scoprire l'origine delle mie stranezze. Ma di questo parlerò in seguito. Vi basti sapere che ho trascorso una giovinezza felice e che ho amato i miei genitori di un amore profondo...

La prima visione

Ricordo con chiarezza la mia prima visione. Fino ad allora avevo intuito che la mia mente era doppia, ma solo quel giorno potei guardare, come dentro a una finestra aperta, in quella mia seconda anima e in quella mia seconda vita.
Avevo quattro anni ed era una fresca giornata d'autunno. I miei genitori mi avevano portato a compiere un'escursione nel luogo da tutti chiamato Beacon Hill. Terminato uno spuntino, ci accingemmo a raggiungere la sommità per rimirare la città dall'alto.
Fu allora che mi prese un gran gelo e tutto attorno a me mi parve scurirsi e poi luccicare insieme. Mi sentii cadere, ma braccia accoglienti mi sostennero. Una voce mi disse: "Vai, mio amato. Vai a riposare." Una grande dolcezza mi pervase, e la voce continuò: "I tuo sacrificio non sarà inutile. E anche se dovrai dipartire da questa vita, io ti vedrò rinascere. E rinascendo, sarai al mio fianco per sempre..."
Mai prima d'ora, e solo di rado in seguito, provai un tale senso di adorazione. Poi i cieli si schiarirono, il mondo tornò a illuminarsi e mi risvegliai supino, con i miei genitori che chiamavano il mio nome...

L'aggravarsi del mio stato

Con somma tristezza ora devo narrare la genesi del sentimento di isolamento che provavo anche a riguardo ai  miei genitori, poiché già da piccolo sentivo di essere diverso da loro. Intendo dire che, sebbene fossi nato nel ventre di mia madre che a crescermi fossero stati lei e mio padre, sentivo di non appartenere alla loro specie. La mia visione che ho descritto non fece altro che rafforzare la mia convinzione: sentivo di non essere parte di questo mondo! O forse, più precisamente, di non essere parte degli uomini, ma di essere una creatura diversa.
Tra l'età di quattro e quattordici anni ricevetti così tante visioni e sogni che passerei per pazzo se li raccontassi tutti, ma all'apparenza ero un ragazzo come gli alti. Infatti non sembravo risentire affatto delle stranezze che popolavano la mia mente. Vedevo panorami di grandi città interamente fatte di vetro, ritratti di uomini e donne di grande bellezza e dalle vesti fluenti, macchine che generavano fulmini proprio come durante le tempeste e veicoli che si libravano tra i cieli come uccelli...
Come ho detto si trattava di visioni e sogni troppo bizzarri per essere il frutto di una mente sana, e per la mia mente erano del tutto reali...

L'apprendistato

Quando avevo quattordici anni mio padre, convito della necessità di introdurmi a un'attività lavorativa adatta alle mie capacità, mi mandò a bottega da un carpentiere, un certo Jonathan Davenport di Boston. Mastro Davenport aveva alcuni schiavi e un paio di garzoni al suo servizio, uno che apprendeva l'arte muraria e l'altro che esercitava la carpenteria, entrambi di modesta intelligenza. Vedendo in me, al contrario, una sveltezza di ragionamento, mastro Davenport fu ben felice di prendermi a bottega tanto quanto io lo fui di entrarvi, giacché ne ricavavo una paga annua di circa due sterline ma soprattutto un appagamento del mio spirito.
Per compiere questo lavoro come si deve, bisogna avere mano ferma e buon gusto in fatto di decorazione: qualità che mastro Davenport si premurò di insegnarmi. Con orgoglio posso affermare che, sebbene l'apprendistato duri in genere sette anni, potei lasciare la bottega del mio maestro dopo soltanto cinque e ancora diciannovenne potei partire alla ricerca del mio successo, come uomo e come maestro carpentiere. Mastro Davenport, mi augurò di cuore ogni fortuna, dicendo che non aveva mai visto un tale talento in chicchessia. "C'è del genio in te, ragazzo mio. Una maturità inaudita per l'età che hai."
Così impacchettai le poche cose che possedevo, dissi addio a mia madre e a mio padre e mi imbarcai su un brigantino diretto in Giamaica, nelle Indie Occidentali, dove a quando avevo udito c'era grande richiesta di carpentieri...

Lasciare la patria

Mi procura disagio ripensare ai sentimenti che provai alla partenza da Boston, nel dire addio ai miei cari genitori, che mi hanno cresciuto. So che avrei dovuto provare malinconia, o ansia, quantomeno. Invece lasciando la mia casa mi sentii pervadere dalla più grande delle gioie: mai prima di allora avevo provato l'estasi dell'essere libero, libero come un uccello nel cielo!
Eppure qualcosa guastò la gioia della partenza: mentre lasciavo la mia vecchia vita udii di nuovo quelle voci. Stavolta si trattava per lo più di un uomo che pareva sussurrarmi all'orecchio, la cui voce non suonava peraltro affatto sinistra. Ma a differenza delle mie precedenti visioni, che sperimentavo quando cadevo addormentato o nel dormiveglia, stavolta le voci parlavano al mio orecchio nei momenti meno propizi. Di giorno e di notte, senza istigazione alcuna! Non si trattava di un mormorio costante, ma di certo lo udivo con una discreta frequenza; e la cosa più strana era che aveva la qualità del ricordo, in alcuni momenti mi pareva persino di udire la mia stessa voce!
Possibile che si trattasse di conversazioni avvenute nella mia vita precedente? Ricordi di persone conosciute, o di fatti avvenuti nel remoto passato? Nella prossima lettera riferirò i brandelli più inquietanti di quelle conversazioni...

Le voci mi parlano

Qui trascriverò un altro dei miei ricordi, che ho rivissuto alla nausea per tutta la mia intera vita:
IO, UN UOMO E DUE DONNE
La prima donna: "Come le caratteristiche biologiche passano di generazione in generazione, non potremmo programmare gli umani affinché tramandino informazioni alla prole? È la cosa giusta!" La seconda la interrompe: "No, mai! Già li abbiamo resi fin troppo forti! Perché fornire loro un dono che li avvantaggerebbe rispetto a noi? Noi stiamo morendo, stiamo perdendo questa guerra. Dobbiamo pensare alla nostra salvezza, non alla loro."
L'uomo dissente: "Il nostro tempo è finito. I nostri schiavi presto diventeranno i padroni e noi svaniremo nel nulla. Forse non succederà nei prossimi dieci o vent'anni, ma questo è il nostro ultimo secolo. Perché allora non fare dono agli umani di una maggiore saggezza? Perché non permettere loro di trasmettersi di generazione dopo generazione il sapere acquisito? E così, secolo dopo secolo, anche gli umani diventeranno saggi come noi..."
E qui intervengo io, o almeno la mia voce: "Si può fare. Basta manipolare il codice all'interno del loro sangue. Possiamo migliorare la loro stirpe." A questo punto la seconda donna grida: "Assolutamente no!" E così termina il ricordo...

Curioso incidente in mare

Sulla rotta per le Indie Occidentali un curioso incidente mi svelò una verità. Assistetti a un terribile atto di violenza, di quelli che provocavano la morte terrena e spirituale solo di chi li commette. Un ex pirata di nome Savory, che aveva avuto il perdono e si accingeva a vivere una vita onesta da buon cristiano, morì come un demonio, preda dell'alcol, furente per le parole pronunciate da altre marinai e che per lui suonavano come insulti. Caricava la pistola per il primo dei sei duelli che aveva preteso, ma invece sparò un colpo fatale contro la propria tempia.
Tutti fummo toccati dal suo destino, al punto che il silenzio calò sul nostro gruppo. Così, guardando il pover'uomo che si era privato della vita e osservando il sangue fluire lento dal foro della tempia, mi venne all'improvviso un'illuminazione, come se qualcosa di sopito in me si fosse risvegliato.
Da allora mi è risuonato nella mente quel brandello di frase, "il codice nel loro sangue", e di colpo tutto aveva un senso! Il codice della vita, che opera come un carpentiere che costruisce una nave, solo che questo costituisce invece ogni uomo o donna sulla Terra. Com'è possibile che un'idea simile albergasse in me? Non avevo alcun tipo di conoscenza in materia di filosofia naturale! Il codice della vita. Nel nostro sangue. Riuscite a immaginarlo?
Quei concetti mi tornavano di continuo alla mente durante il viaggio, in un turbinio che non mi permetteva nemmeno di articolarli...

In cerca di impiego

Raggiunta la Giamaica cacciai tutte quelle idee e fantasie dalla mia mente, e mi misi alla ricerca di un impiego. La lettera di presentazione scritta dal mio mentore, mastro Davenport, mi aprì le porte del successo e ben presto ebbi l'opportunità di venire a colloquio con un agente del signor Peter Beckford, uomo noto in tutte le Indie Occidentali per il suo onore e per la sua intelligenza sopraffina. Lo stesso posso dire del suo agente, che mi assunse su due piedi: nel giro di due giorni ero già all'opera nei quartieri più poveri, intento a rafforzare le strutture degli edifici più pericolanti.
Quanto al mio alloggio, era certamente piacevole. Delle tre finestre a mia disposizione, due guardavano sulle piantagioni di canna da zucchero. Se le aprivo, una fresca brezza, profumata del salmastro aroma del mare, entrava nella mia stanza, mentre in lontananza risuonava il rumore dell'onde che si infrangevano sulla risacca. L'unico neo era la mia paura di contrarre la febbre gialla, o un qualsiasi altro di quei morbi che flagellavano i nuovi arrivati da queste parti, che letteralmente mi paralizzava. Vidi all'incirca una ventina di uomini e donne perire di tali malattie nei primi sei mesi della mia permanenza.
Mi sembrava che, per ogni successo ottenuto, ci fossero almeno due o tre pericoli in agguato. E il tempo avrebbe dimostrato che questa mia percezione era purtroppo esatta...

Peter Beckford il vecchio

Occorre ora che vi parli un poco del mio datore di lavoro, perché fu per via delle sue conoscenze che la mia vita subì una drammatica svolta. Peter Beckford era un uomo di grande carisma e orgoglio; nel 1662 era giunto in Giamaica e a soli dieci anni si era conquistato una solida posizione, acquistando terreni che subito adibì alla coltivazione della canna da zucchero.
Prima che io entrassi nella sua orbita, possedeva già, o così sosteneva, la più grande proprietà terriera al mondo, che rivaleggiava con i possedimenti di re e imperatori quanto ad ampiezza. Lo stesso valeva per il numero di schiavi impiegati nelle piantagioni: partito con tre soli schiavi al suo arrivo in Giamaica, il numero si aggirava ormai sui trecento.
Uomo d'affari spietato quanto infaticabile, il signor Beckford era noto per a sua tempra ciclonica. Ira, furia e violenza erano i soli modi con cui metteva dine a qualsiasi discussione, qualora la controparte non fosse d'accordo con la posizione del signor Beckford. Devo ammettere tuttavia che nei miei riguardi era straordinariamente gentile e non avevo di che lamentarmi. Tuttavia nei suoi occhi potevo leggere un malcelato disprezzo per le mie origini umili e la mia posizione sociale infima.
Nei tempi passati era stato il governatore 'de facto' dell'isola e, sebbene al mio arrivo non ricoprisse più incarichi politici, era evidente che si trattava di un uomo abituato per natura a comandare. Peraltro godeva di amicizie politicamente influenti che aveva instaurato grazie al proprio denaro e fu lui a farmi fare la conoscenza di un uomo che avrebbe cambiato la mia vita per sempre, e in peggio: un giovane spagnolo di nome Laureano Torres.

Arriva il Templare

Nell'aprile del 1673 avvistai un galeone nel porto di Kingston che batteva bandiera d'Olanda, il che mi parve strano ma non improbabile. Si trattava però certamente di un inganno, perché il carico era, per così dire, tutto spagnolo: ne scese infatti un uomo di nome Torres, al tempo soldato dell'esercito di Spagna e ora emissario del suo re (o così egli disse a Peter Beckford). Appresi in seguito che si faceva chiamare Templare e che aveva fatto visita alla piantagione di Beckford per poter ammirare la collezione di manoscritti antichi del mio padrone.
Torres rimase per due giorni con il signor Beckford finché qualcos'altro non attirò la sua attenzione: il sottoscritto. Vedendo il mio volto fu pervaso da una curiosa eccitazione, che all'inizio trovai fuori luogo e che poi mi mise francamente a disagio quando mi pose domande alquanto disturbanti. Una sera, dopo cena, mi chiese: "Sentite forse delle voci, signor Kavanagh?" Scossi il capo, fingendo di non capire, mentre il mio cuore si riempiva di terrore. "Voci, non capite? Dal profondo della vostra mente. O ricordi, per essere più precisi, di una vita passata" Ero in preda al panico: come poteva quell'uomo conoscere il segreto che albergava nella mia anima? E come poteva parlarne così apertamente?
"Non capisco a cosa vi riferiate, signor Torres" risposi, io, prendendo congedo. "Allora buonanotte, signore" mi disse lasciando anch'egli la stanza. "Ne riparleremo domani, quando sarete più riposato e più incline al dialogo." Ancora scosso, augurai a mia volta la buonanotte e salii nella mia camera, sentendo che una visione stava per farsi largo nella mia mente. Quando raggiunsi il letto, ebbe subito inizio...

Altra visione spaventosa

Ecco un altra delle mie visioni...
IO E UNA DONNA
"Mio amato," dice lei, con una voce che mi suonava familiare, "i nostri compagni cospirano contro di noi. Essi tremano e sospirano, rassegnati al loro fato, contenti di difendere gli umani. Ma c'è ancora speranza per noi! C'è speranza di poter assuefare i nostri corpi al mondo gelido, all'atmosfera avvelenata e alla guerra stessa. Mi aiuterai? Ti unirai a me?"
E qui, odo la mia voce rispondere: "Sì, mia amata. Cosa devo fare?"
Ella così mi risponde: "Dovremo trasferire le nostre menti da questi fragili corpi a forme nuove. A corpi meccanici, forse, oppure ai nostri schiavi, gli umani. Vedi, mio amato, credo che potremmo traferire il nostro sapere e la nostra essenza in forme tali da sopravvivere al cataclisma in arrivo, per poter un giorno rivedere il nostro popolo dominare la Terra e distruggere le inutili creature che ora la posseggono."
"Trasferire le nostre menti in strutture più solide?" grido. "Pericoloso invero, ma sensato!"
"Sì!" ribatte lei. "E chi può riuscirci meglio del mio adorato marito, che non conosce rivali quanto a intelligenza e prestanza? Tu, architetto dell'Osservatorio, guardiano dei manufatti dell'Eden, somma luce della nostra civiltà! Se non riuscissi tu, sai bene che nessun altro potrebbe..."
Al che io rispondo: "Lo farò per te, mia amata. E per noi, e per il nostro popolo..."

L'Assassino

Perso nel mio sogno, non vidi una busta scivolare sotto la porta della mia stanza da letto. La missiva diceva: "Mio signore, perdonate l'allarme che vi avranno procurate le mie ricerche, ma voi somigliare in modo impressionante a un mio conoscente che non vedo da molto tempo. Vi chiedo di concedermi udienza per potervi spiegare. Il vostro amico, Laureano Torres."
Meditai sul contenuto della lettera quella sera, chiedendomi come potessi essere così simile a un altro uomo e che cosa volesse quel Torres da me. Per ore continuai a percorrere a passi svelti la stanza, incerto sul da farsi, quando all'improvviso dal giardino mi giunse un rumore di colpi d'arma da fuoco. Pensai che fosse iniziata una guerra, nella quale io non ero schierato da alcune delle parti, ma che anzi mi vedeva conteso...
Mi gettai a terra dal lato del letto opposto alla finestra e serrai gli occhi. In quell'esatto momento, una voce mi giunse attraverso la spessa porta della camera: "Signor Kavanagh!" udii chiamare. A quel punto riaprii gli occhi e vidi una sagoma terrificante, un uomo col volto celato da un cappuccio che all'improvviso levò una cerbottana e mi sparò contro un dardo. Ricordo ancora la puntura sul collo, come quella di una zanzara. Aprii la bocca per protestare, ma di colpo mi prese una stanchezza tremenda e mi addormentai...

Riposo e ristoro

Mi risvegliai in un villaggio indiano alla presenza di quello stesso uomo, a molte leghe di distanza da quella che all'epoca era la mia casa. Anche l'uomo era un indiano, dal volto deciso ma gentile. Il suo nome era Bahlam, e subito mi disse di non temere.
Stranamente, i suoi modi e la sua calma sortirono l'effetto di placare totalmente la mia angoscia. Gli chiesi in che posto mi trovassi. La sua sorpresa mi parve genuina. "Tu sei il Saggio!" mi disse. "Lo capisco dalla tua faccia, e ancor più dai tuoi occhi." Continuavo a non capire così proseguì: "Non sei che uno degli uomini che appartengono alla tua stirpe, uomini identici fra loro ed estranei al tempo storico in cui vivono. Il tuo aspetto e il tuo animo seguono uno schema che si ripete negli anni. Spesso passa più di un secolo fra la nascita di un Saggio e quella del successivo. Altre volte ne nascono due assieme. Non sappiamo il perché."
Che io sia maledetto, tutto quello che mi diceva lo sapevo già, in qualche strano modo, eppure mi terrorizzava! Come potevo essere la reincarnazione di un altro uomo? Avevo dunque già vissuto una, due o infinite vite? Trascorsi diversi giorni in compagnia dell'indiano Bahlam, durante i quali mi svelò tutto ciò di cui era a conoscenza. Dopodiché mi pose domande di cui sperava io avessi la risposta...

L'Osservatorio

Per diversi giorni rimasi con il mio rapitore, Bahlam. Gli rivolgevo ogni tipo di domande, e lo stesso faceva lui con me. Intanto mi chiedevo quale destino mi attendesse. Finché il settimo giorno non gli rivelai il dubbio che mi attanagliava il cuore.
"Amico, dimmi, cosa vuoi da me? Perché mi tieni prigioniero?" Al che Bahlam scoppiò a ridere e mi rispose: "Tu non sei un prigioniero, Saggio! Puoi andartene, se è questo che vuoi. Dicci solo dove vorresti andare, così potremo accompagnarti alla tua destinazione."
La risposta dapprima mi sorprese, e poi ebbe avuto il sopravvento la furia: "Perché allora mi hai portato via a quel modo? Si è trattato di un rapimento!" Al che Bahlam mi rispose: "Il tuo padrone dava ospitalità a un Templare, e forse lo era lui stesso. Stai alla larga da quella gente, che mira solo al sapere che è racchiuso nella tua mente. I Templari bramano i tuoi sogni e i tuoi ricordi, e soprattutto vogliono conoscere l'ubicazione di un porto a te molto caro, l'Osservatorio."
Quella parola risvegliò in me qualcosa. Dove l'avevo già sentita? Di certo in un tempo lontano. "E tu cosa vuoi da me?" gli chiesi: "Anche tu vuoi rubare i segreti sepolti in me?" Bahlam sorrise: "Certo che no. Starà a te decidere se e a chi rivelarli. Quei segreti appartengono a te, e te soltanto."

La partenza

Dopo il difficile confronto con Bahlam, mi presi un giorno per valutare il da farsi. Diversi pensieri si davano battaglia nella mia mente, e se un minuto credevo di avere stabilito un piano, quello dopo ricominciavo a ponderare da capo. Ma alla fine presi la mia decisione.
"Bahlam, tu sei stato buono con me." gli dissi. "Di te mi fido in modo assoluto. Ma non posso condividere le mie visioni e i miei ricordi finché non li avrò compresi io stesso. Pertanto devo andarmene di qui e trovare un posto sicuro in cui sondare i miei pensieri per lungo tempo."
"Bahlam sorrise e mi rispose: "Capisco bene, e credo nella tua causa. Trovare la fonte delle tue visoni ti farà bene. Pertanto vai, e trova la risposta agli enigmi. Ti forniremo tutto ciò di cui avrai bisogno per il viaggio." Al che replicai: "Grazie, Bahlam. E se la risposta che troverò mi soddisferà, tornerò qui a condividerla con te e con i tuoi compagni."
Nei giorni seguenti Bahlam tenne fede alla sua promessa. Lui e suo figlio, Ah Tabai, mi condussero attraverso la giungla fino a un villaggio di pescatori non molto lontano e mi fornirono mappe e denaro prima di darmi un ultimo consiglio. "I Templari sono presenti da poco nelle Indie Occidentali e quel Torres è il loro Gran Maestro. Sebbene siano pochi, presto ne giungeranno altri. Fai attenzione, e non fidarti mai di loro. Prima proveranno ad estorcerti i segreti con le buone, ma poi ricorreranno alla forza."
Detto questo, mi salutarono con molto calore. Mi dispiaceva lasciare Bahlam, o l'Assassino, come si faceva chiamare, ma una voce dentro di me mi spingeva a partire.

La ricerca

Lasciato Bahlam, iniziai a girovagare per quasi un anno tra le Indie Occidentali, con una piccola ciurma, esplorando giungle e spiagge, alla ricerca di un segno, o magari di un edificio che risvegliasse in me qualche ricordo.
Durante il viaggio incontrai molte persone che mi colmarono di gentilezza, e per le quali ho svolto incarichi per finanziare le mie peregrinazioni. In questo modo ho conosciuto sia la gente del Nuovo Mondo che quella del vecchio, e presso entrambe ho trovato speranze e desideri. Viaggiare è la migliore istruzione per un uomo.
Infine, al tredicesimo mese di peregrinazioni, trovai nell'entroterra di un'isola ciò che cercavo: era il posto che Bahlam aveva chiamato l'Osservatorio. E che ricordi risvegliò in me quel luogo! Ancora prima di posare gli occhi sull'edificio, sapevo di essere nel posto giusto. Lasciati i miei uomini sulla spiaggia, mi avventurai da solo fra giungla e boscaglia, fino a giungere là dove mi attendeva quella misteriosa presenza.
Sapevo già cosa fare! Con la pressione di un dito aprii il portale e poi entrai senza esitazioni. Ciò che contiene l'Osservatorio deve però restare un mistero, giacché il mondo non è pronto a sentire la mia storia. Verrei scambiato per uno stregone, o nel migliore dei casi un folle, e i Templari tornerebbero a cercarmi...

Dell'essere un "Saggio"

Così rimasi da solo all'Osservatorio, a svelarne i segreti, sotto l'influenza di misteriose visioni per narrare le quali non basterebbe un volume spesso il doppio della Bibbia. Diciamo solo che ho compreso la natura della duplice anima che alberga in me e che ora sono pienamente soddisfatto.
Dopo quasi una settimana ricevetti la visita di un gruppo di nativi dell' isola, presumo indiani Taino. Mi videro loro per primi e avrebbero potuto uccidermi prima ancora che io potessi reagire, ma invece accadde qualcosa che mi lasciò letteralmente a bocca aperta: vedendomi si fermarono di colpo e si gettarono in ginocchio al mio cospetto compiendo strani gesti. Con il tempo capii che questi uomini hanno giurato di proteggere questo luogo, e a decifrare da quanto sono riuscito a decifrare in seguito, è stato uno dei Saggi che mi ha preceduto ad affidare loro questo compito. Anzi, non a loro ma ai loro antenati, dal momento che sembrano passati centocinquant'anni dall'ultima volta in cui in Saggio ha messo piede qui. Sembra anche   che vi sia stato sepolto, ma che la tomba non sia segnata.
Sono passati più di quarant'anni dal mio arrivo in questo luogo e non posso fare a meno di chiedermi quanti altri Saggi siano vissuti prima di me. Se nasciamo da quasi otto millenni, suppongo che il numero sia piuttosto elevato. Ma temo non esista modo di saperlo con certezza.
Ma non preoccuparti, lettore. Se hai seguito per intero la mia storia, cerca il mio ultimo messaggio nel luogo in cui tra poco giacerò per sempre: vicino all'Osservatorio, dove i guardiani, su mie istruzioni, bruceranno il mio corpo quando il mio tempo sulla terra sarà terminato.
Fino ad allora, non mi resta che salutarti.

Un segreto ineffabile

Mentre scrivo corre l'annо 1706,  e iо giaccio mаlato,  in pessime condizioni.  Ma devo raсcontare quello che mi accade,  e lo farò qui,  sondаndo l'оscuro abisso della mia memoria.  Non posso dimоstare in alcun modo quanto affermo,  ma se qualcun altro vedrà ciò che vedo io,  sono certo che potrà capire. E forse allora non mi sentirò più solo come spesso mi accade.
Nella mia prima vita,  sono morto nel bel mezzo di un esperimento della mia amata. Il metodo di cui lei mi parlava, per trasferire la mia mente in una macchina e da lì in un corpo umano,  si rivelò un fallimento. Eppure l'esperienza deve averla illuminata, perché nei miei ultimi istanti di vita ricordo che la mia amata mi confortava, ripetendomi che la mia morte non sarebbe stata la fine, ma un inizio.
C'è un altro modo, mio amato." mi ha detto. "Imperfetto forse, ma c'è. Per prima cosa accetterò di prendere parte agli esperimenti di Minerva, al suo orrendo dono per l'umanità. Ma il mio scopo sarà l'opposto: sarà quello di offrire a te l'immortalità! Mentre compileremo un nuovo codice genetico umano, inserirò nel DNA campioni del tuo codice, in modo tale che quando tutti i pezzi andranno al loro posto sarà in grado di modificare il patrimonio genetico di un feto. In questo modo tu rinascerai, mille e mille volte nei secoli. Se tutto andrà come credo, la tua risurrezione non avrà mai fine, ma navigherà sugli oceani del tempo in eterno!
Stavo morendo tra le braccia della mia adorata, eppure comprendevo le sue parole. "Cercami,  mio adorato! La tua morte non sarà vana! lo ti aspetterò, all'interno di una tomba, pronta a riemergere quando i tempi saranno maturi. E saremo di nuovo insieme!"
Poi trapassò il mio cuore, per mettere fine alle mie sofferenze. Trovo assurdo poter affermare che ho memoria della mia morte, eppure è così. E so anche che il piano della mia amata ha auto successo, perché ora, a migliaia di anni da quel momento, sono di nuovo vivo, in attesa dell'ultimo pezzo del puzzle. Ma non so dire quando o come lo troverò.
A tutti coloro che hanno letto, ma non hanno compreso, io dico: non temete! Al mondo ci sono più misteri che certezze, e il nostro solo scopo è resistere!
TK. 1706

Fonti

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